Vicende giudiziarie e «questione morale» (15 gennaio 2000)

Le vicende giudiziarie delle ultime settimane hanno riportato a galla un problema irrisolto della vita civile italiana del decennio ʼ90: la «questione morale». Si intende definire con questa espressione il problema posto dai rapporti critici della classe politica con l’illegalità sia che si tratti di contiguità con poteri criminali che di corruzione, finanziamenti illeciti o malaffare di vario tipo.
Le novità sono fioccate: le assoluzioni di Giulio Andreotti in due storici processi hanno fatto riscontro a notizie di condanne definitive per Arnaldo Forlani, mentre il «caso Craxi» nato attorno alle condizioni di salute dell’ex leader socialista ha contrappuntato nuove disavventure giudiziarie di Berlusconi e Dell’Utri.
Sull’onda di questi casi, si fa un gran discutere di revisione della storia del decennio ʼ90 in Italia e di tutta la vicenda della corruzione politica e del suo sbocco giudiziario. Il tema è caldo e controverso, e merita qualche riflessione distesa che non indulga troppo alle mode del momento.


1. I processi e le sentenze hanno una loro logica, strettamente legata ai casi individuali

Assoluzioni o condanne, sviluppo delle indagini o addirittura prescrizione di reati per superamento dei termini di legge entro cui gli imputati possono essere processati, sono tutti elementi che fanno parte della storia singola di ogni processo. La verità giudiziaria stenta a volte a farsi luce, soprattutto per le condizioni critiche dell’apparato della giustizia in Italia. Comunque la si raggiunga, essa è poi sempre individualizzata e specifica. È anche parziale, in quanto spesso indiziaria. Non può mai essere ritenuta una verità assoluta e generalizzabile. Gli stessi comportamenti dei giudici, in tutte le fasi di un’inchiesta o di un processo, sono sempre in primo luogo scelte che implicano la responsabilità individuale e giudizi specifici e limitati, senza chiamate di corresponsabilità di tutta la magistratura. Non è perciò ammissibile rifare la storia del paese a ogni sentenza. Così, mentre le condanne di Craxi o Forlani non costituiscono un marchio per tutta una classe politica, l’assoluzione ad Andreotti non è disinvoltamente estensibile ad assoluzione generale di un partito o di uno spezzone del ceto politico. Il quadro complessivo che via via emerge dai processi è importante, ma va ricompreso in termini analitici più articolati, per potere dare un giudizio complessivo sul passato.


2. La commissione d’inchiesta parlamentare su Tangentopoli è un’ipotesi pericolosa

Sarebbe sicuramente improduttivo affidare questa esigenza di riconsiderazione storica a un ambito «politico», come una commissione d’inchiesta parlamentare. Non dimentichiamo che essa è stata chiesta esplicitamente da coloro che intendono ribaltare un giudizio critico consolidato verso la classe politica degli anni ʼ80, nella logica di un’operazione politica di revisionismo che appare potente e ben orchestrata. L’operazione più semplice è quindi una generalizzata «chiamata di correo» che intenderebbe estendersi anche verso gli uomini politici che hanno attraversato indenni la bufera. Naturalmente è loro diritto tentare di farlo, ma non si capisce perché si dovrebbe concedere loro lo strumento altamente delicato e lo scenario pubblico di una commissione parlamentare. Essa interferirebbe con i processi di Mani pulite che sono ancora in gran parte aperti, creando doppioni e intralci all’attività giudiziaria. Non si capisce poi quale legittimità avrebbe per pronunciare un giudizio storico definitivo sulla vicenda di Tangentopoli (la storia dovrebbe forse scriversi a colpi di maggioranze parlamentari?). Si tradurrebbe inevitabilmente in un’inchiesta sulla magistratura e non sul «sistema del finanziamento illegale ai partiti» come qualcuno eufemisticamente ha detto. Sarebbe così altro capitolo dello scontro tra magistratura e classe politica, con grave discredito per le istituzioni, che già sono state messe a dura prova su questo terreno.


3. Resta aperto un giudizio storico fortemente critico sul sistema politico degli anni ʼ80

Noi siamo convinti che si possa e si debba approfondire la libera ricerca storica, ma anche che i fatti finora emersi confermino un giudizio storico-politico netto. Quello travolto dalla bufera di Tangentopoli e Mafiopoli non era un sistema virtuoso smontato da un complotto di pochi magistrati politicizzati. Era un sistema vistosamente corrotto, che la società civile e l’elettorato hanno viepiù delegittimato – a partire dalle elezioni del 1992 – in parallelo all’esplosione di inchieste giudiziarie, che hanno trovato libertà di sviluppo dopo troppi anni in cui la magistratura era stata resa dipendente ed era imbrigliata dal potere politico (non si ricordano le molte inchieste regolarmente sviate o insabbiate a partire dagli anni ʼ70?). Si è efficacemente parlato a quel proposito di un «regime della corruzione». Un «regime» (cioè una strutturazione del sistema politico che prescindeva tendenzialmente dal consenso), non tanto e non solo «fisiologicamente» corrotto – se mai c’è una fisiologia in questi ambiti – bensì segnato dalla corruzione politica in forma talmente rilevante da farla assurgere a vera e propria ragion d’essere della dinamica politica, quasi fosse divenuta una solida «struttura» sottostante rispetto alle apparenti ma effimere divisioni di partiti e gruppi politici, di governo e di opposizione. Certo, la storia complessiva cinquantennale della Repubblica è stata ben altro rispetto alla sua fase più recente, che ha le sue specifiche colpe storiche. Un’indagine storiografica serena dovrà prima o poi mettere in luce analiticamente la parabola della cosiddetta «repubblica dei partiti», dallo sviluppo alla decadenza, distinguendo con precisione i momenti alti e la crisi progrediente.


4. La questione morale deve essere presa seriamente dalla politica

Se quest’analisi regge, si può considerare come il dibattito sulla revisione del passato nasconda una rimozione ben più profonda. La politica italiana non ha ancora fatto i conti con l’esplosione di Tangentopoli, nella sua costruzione di futuro. Si è rimasti alla superficie, non si è riletta quella crisi come fenomeno decisivo e termine di paragone per riprendere qualsiasi progetto politico. Infatti, proprio ai fini dell’equilibrio interno di una società democratica fondata sulla divisione dei poteri, non si può lasciare ai soli giudici il compito di fare rispettare la legalità e tutelare la pubblica morale: si rischia sempre la contrapposizione impropria tra magistratura e politica o la spettacolarizzazione e il protagonismo dell’ordine giudiziario o, ancora, la continua e pericolosa strumentalizzazione dei fatti processuali. Occorre che siano i protagonisti stessi della politica a prendere posizioni coraggiose e a seguire comportamenti conseguenti, che ribadiscano con forza la priorità della tutela della legalità e della correttezza morale, prendendo le distanze da specifici comportamenti devianti di tipo politico, che in passato sono stati largamente praticati. Tutto ciò è un dovere della politica, prima ancora che la magistratura giudicante emetta le sue sentenze, quali che esse siano. Soltanto questo orientamento può mettere la classe politica al di sopra di ogni sospetto e sottrarla anche alla tutela e alla possibile interferenza di eventuali protagonismi giudiziari. La classe politica ha il dovere di essere migliore della società in cui vive, pur senza eroismi o moralismi sproporzionati, se vuole essere classe «dirigente», che indichi senza cinismi una prospettiva al corpo sociale.


5. La legalità deve essere difesa come risorsa del povero e del debole e come precondizione dell’equità sociale

In questo ruolo dirigente della classe politica è centrale il rispetto della legalità. Non ci si stancherà mai di ripetere che tale attitudine non è un fastidioso vincolo della libertà collettiva. È invece un valore primario della convivenza. Infatti, la legalità è l’ultima risorsa del povero e del debole, in quanto mette tutti i protagonisti sociali in condizione di eguaglianza, impedendo l’affermazione surrettizia del più furbo, del più ricco, del più forte socialmente. Inoltre, è l’unica premessa possibile del corretto funzionamento del mercato, istituzione quant’altre mai oggi osannata, che chiaramente la corruzione e l’illegalità inquinano e piegano a interessi pericolosi. È infine l’unica base su cui si può pensare di impostare una rispettosa dialettica degli interessi e dei valori di una società, fatto salvo che le leggi si possono sempre cambiare per via politica e che resta sempre viva – al limite – l’ipotesi dell’obiezione di coscienza verso le leggi che si pensano palesemente ingiuste. È una deriva pericolosa quella che conduce a mettere le esigenze della famiglia, del gruppo o del partito, al di sopra del rispetto della legalità. Lo Stato di diritto va quindi difeso e rafforzato soprattutto ad opera di chi abbia a cuore l’equità e la giustizia.


6. Più che «uscire da Tangentopoli» occorre quindi uscire dal «regime della corruzione»

Il macigno quindi è ancora lì: nessuna «normalità» può essere raggiunta se non dopo aver preso sul serio la «questione morale» posta da Mani Pulite. Resta una domanda inevasa quanto pesante: come si può uscire dal «regime della corruzione» emerso con le inchieste giudiziarie? Per provarsi a rispondere in modo non evasivo, occorre affondare l’analisi e la creatività sui punti cardine di una politica che non voglia ricadere nei vecchi vizi: la mancata circolazione delle élite tra società civile e politica, la curvatura del potere politico a fini particolaristici di gruppo o di banda, il livello intollerabile di discrasia tra dichiarazioni di principio e comportamenti pratici, la lottizzazione degli spazi sociali da parte delle forze politiche, la mentalità da «partito etico» tesa a giustificare ogni scelta in nome delle appartenenze politiche, lo sbrigativo affossamento di ogni autonomia delle istituzioni dai partiti. Altro che «uscire da Tangentopoli», come si usa oggi dire con una formula ambigua che indica la volontà di trovare una qualche assoluzione «politica»! Non si tratta infatti di «riconciliazione» o di superamento di una parentesi storica di aggressività dei giudici, quanto piuttosto di trarre da questa vicenda lezioni durature. Qui sta una questione cruciale che deve interessare primariamente tutti i democratici in questo paese, una questione di progresso civile, di libertà e di eguaglianza.


7. Tale istanza profonda di risposta alla «questione morale» dovrebbe essere compito specifico della Chiesa italiana

Una Chiesa che in passato ha assunto posizioni nette e coraggiose (come nella nota della Commissione «giustizia e pace» della Cei su «Educare alla legalità» del 1991). Che però non può stare alla finestra, affermando solo posizioni di principio e facendosi poi insensibilmente catturare da un’onda revisionista che appiattisce le colpe e le responsabilità di ciascuno. La Chiesa non deve lenire la ferita di Tangentopoli sminuendola: deve operare perché sia definitivamente guarita nel tessuto civile italiano. Deve esprimere quindi in senso comunitario e organico la propria disponibilità a sostenere un nuovo percorso di crescita e mobilitazione delle coscienze, che prenda sul serio la questione morale. Il senso profondo di conversione tipico dell’anno giubilare potrebbe essere occasione feconda per gesti di verità di questo tipo.

15 gennaio 2000

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