F. De Giorgi, Educare Caino. Per una pedagogia dell’eschaton, La Scuola, Brescia 2004
Tra teologia e storia parrebbe esserci una differenza radicale: avendo ad oggetto gli opposti — Dio e la contingenza del divenire — possono incontrarsi come discipline scientifiche? Al senso comune risulta spontanea una risposta negativa. Al punto che ogni discorso di teologia della storia è, al più, tollerato in quanto esercizio accademico o come residuo di quelle che furono le sintesi otto-novecentesche della filosofia della storia. Stupisce quindi avere tra le mani il libro di uno storico — Fulvio De Giorgi, Educare Caino — nel quale la teologia diviene sguardo sul senso stesso della storia del secolo scorso.
Un percorso originale verso la contemporaneità
Fin dall’apertura l’autore propone una definizione che va controcorrente: tra la morte di Pio IX e quella di Paolo VI (1878-1978) egli vede delinearsi i lineamenti di un secolo cristiano. Un paradosso se si pensa alle definizioni vulgate dalla storiografia: «secolo breve», «secolo della seconda guerra dei trent’anni», o «secolo della guerra civile europea e dei totalitarismi». Perché denominarlo cristiano, quando il Novecento è stato segnato della secolarizzazione? De Giorgi, osserva come, proprio in forza di questo dato incontrovertibile, assistiamo a due fenomeni convergenti: da un lato la secolarizzazione costringe il cristianesimo a dislocarsi, ad esperire il tramonto di una sua identità solo europea; dall’altro, gli esperimenti politici dei totalitarismi hanno fatto della fede cristiana una forma di resistenza di Dio alla disumanizzazione. Basti il rimando ai giovani della Rosa bianca e a Dietrich Bonhoeffer. Al punto che la testimonianza di fede diviene una pedagogia: testimonianza dell’attesa e della verità della promessa di Cristo. Assunzione del lacerante e ingiustificato dolore del mondo come forma dell’estrema contraddizione della croce. Il cristiano nel Novecento è questa segno di contraddizione: un ritorno all’essere «stranieri e pellegrini in questo mondo» di cui parlava la Lettera a Diogneto.
Di qui il ricorso ad alcuni simboli biblici per interpretare il recente passato e il presente. Cosa di più attuale, per comprendere il nostro tempo storico, del simbolo del fratricidio (Abele e Caino?). Un tempo irretito nella spirale di violenza religiosa e vendette politiche. Una lettura dei simboli per capire, dall’interno, il corso profondo degli eventi. In questo, ci pare, si possa individuare la metodologia di De Giorgi: intersecare più livelli linguistici — quello strettamente storiografico, quello biblico e quello pedagogico — per disegnare una costellazione di categorie con le quali interpretare la storia. Lo sguardo teologico viene così a far parte dello stesso approccio scientifico. Si leggano le pagine dedicate ai simboli biblici di Davide, Betsabea e Salomone, o quelle dedicate ad Adamo ed Eva: il testo biblico come punto di vista che rischiara il cono d’ombra delle vicende storiche; una illuminazione che è, insieme, comprensione e giudizio sul presente, come insegnava Benedetto Croce quando affermava che la storia, correttamente intesa, è sempre storia contemporanea — conduce all’autocomprensione giudicandoci.
Alla ricerca di una pedagogia dell’ultimo
Questo libro, proprio nel suo impianto, vuole essere descrittivo e normativo. Si veda la terza e ultima sezione: nella rilettura degli scritti di Giuseppe Dossetti — di quello che hanno rappresentato nella storia italiana della seconda metà del Novecento, dalla Costituente fino alle ultime drammatiche riflessioni sulle vicende politiche degli anni Novanta — l’autore delinea i tratti di quella che definisce una «pedagogia dell’eschaton», delle cose teologicamente ultime. La storia, se fino in fondo vuole essere autocomprensione dei soggetti, può esimersi da un afflato pedagogico? Pedagogia come autotrascendimento, svuotamento (kenosis), dono all’altro e per l’altro: agape. Appunto: non esorcizzare, ma educare Caino. In tal senso Dossetti, per De Giorgi, diviene il paradigma di un cristianesimo radicale: una convergenza di ascesi e libertà che fa della fede non un baluardo da cui condannare il mondo, ma un orizzonte per viverlo testimoniando lo scandalo dell’annuncio cristiano di libertà: libertà come non sottomissione agli arconti (i signori) del mondo, quali che siano i loro nomi e le loro forme.
Era stato un grande teologo e filosofo della politica, Jacob Taubes, a ricordare come ai suoi studenti consigliasse sempre, prima di laurearsi, di frequentare un corso di catechismo e leggere la Bibbia. Vale a dire: per capire la storia, si deve partire da ciò che apparentemente la nega e le si oppone. Ecco, il libro di De Giorgi mostra come proprio una salda preparazione teologica risulti utile per esercitare la laicissima professione di storico.
