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Giuseppe Lazzati: discernimento cristiano e riforma della politica

Saggio sul fondatore dell’associazione, a cura di Guido Formigoni.

Un cammino lineare

Giuseppe Lazzati fu un uomo coerente e lineare quant’altri mai nella sua lunga vita, che attraversò quasi per intero il denso XX secolo. Iniziò a formarsi negli anni della Prima Guerra mondiale e morì alla vigilia del crollo del muro di Berlino. La politica ebbe per lui un ruolo significativo ma circoscritto e precisamente definito, senza nessuna di quelle enfasi che pure la vicenda novecentesca della politica di massa ad alto contenuto ideologico avrebbe potuto facilmente scatenare. La sua missione fondamentale non fu politica. Egli si è sempre ritenuto piuttosto un educatore di giovani, un maestro di vocazioni, uno studioso e insegnante. Verso la fine della sua vita, si definì in un raro intervento autobiografico come «un universitario, politico suo malgrado»[1]. Infatti, egli ebbe ruoli politici anche rilevanti per sette anni, dal 1946 al 1953: fu padre costituente, uomo di partito nella Democrazia cristiana, deputato impegnato nell’azione legislativa. Ma anche in quegli anni, potremmo dire, il suo ruolo fu sempre significativo più sul piano etico-politico e culturale che non su quello dell’azione politica in senso stretto. Ci resta di quel periodo soprattutto l’alta riflessione sui rapporti tra fede e politica, tra Chiesa e partito, tra dottrina cristiana e scelte storiche, che risuonava non consueta in un mondo cattolico che tumultuosamente scopriva di essere diventato classe dirigente del paese dopo decenni di emarginazione[2].

La politica è sempre stata da lui collocata in un orizzonte più ampio. Lungo tutta la sua vita egli ha richiamato, con le parole e con le scelte, la primaria importanza della scelta di fondare la politica su un terreno più solido e profondo: potremmo forse sintetizzare questo terreno facendo riferimento al binomio «fede e cultura».

Fede vissuta da laici

Le radici dell’impegno politico stanno infatti inizialmente nel particolare radicalismo evangelico di Lazzati. Il laico credente deve essere portatore del significato e della rilevanza cristiana del suo impegno in tutti i campi della vita, anche in quello politico, in quanto è su questi delicati terreni che egli esprime la verità della propria fede (questa è, tutto sommato, l’«idea una» che racchiude la vita di Lazzati in tutto il suo arco). Fin dal testo scritto «nelle baracche fredde, umide e scure dei campi di concentramento germanici» e poi pubblicato nel 1947 con il titolo Il fondamento di ogni ricostruzione[3], egli sosteneva che il vero aggancio di una prospettiva di ricostruzione era la riscoperta di una fede cristiana genuina da parte dei credenti. Anzi, si spingeva a sostenere che il mondo non sarebbe forse arrivato alla tragedia appena trascorsa «se fossimo stati veri cristiani»[4]. Badate bene: se i cristiani lo fossero stati. Non si trattava della consueta e retorica commiserazione della nequizia dei tempi che si sono allontanati dalla fede, ma di una riflessione dolorosamente autocritica. Per questo, la sottolineatura più forte per i credenti che intendessero avvicinarsi alla politica è sempre stata quella spirituale, che sola poteva mettere la politica nella giusta prospettiva di realtà «penultima», importantissima ma sempre relativa e parziale[5].

Egli continuò quindi a insistere, anche negli anni successivi all’abbandono della politica, sul problema della qualità della vita cristiana, soprattutto del laicato. Lo fece non teoricamente e in modo distaccato, ma dall’interno di un percorso di dedizione generosa alla militanza e alla formazione, che però non si ritraeva da indagini e giudizi severi su quello che vedeva intorno a sé. E quindi non mancarono mai le riflessioni sui limiti dell’esperienza della Chiesa italiana proprio su questo fondante terreno (inadeguatezza delle attività di formazione nelle comunità ecclesiali, scarsa coscienza della responsabilità laicale, debole maturazione culturale, totale carenza di «familiari relazioni» tra clero e laici). L’origine primaria delle difficoltà ad esprimere anche politicamente la fede stava quindi sul terreno della fede stessa e delle sue debolezze. I testi degli anni ʼ80 qui di seguito raccolti sono di una chiarezza esemplare[6].

Questo discorso si collocava naturalmente assieme alla convinzione – via via più lucida nel tempo, ma già presente appunto negli scritti del 1947-48 – che la fede era la premessa essenziale per ogni impegno politico, ma non risolveva in sé la questione politica. «Se io apro il Vangelo non vi trovo una sola norma politica; vi trovo chiaramente espressa la distinzione tra i due piani»[7], cioè tra l’apostolato e la politica. Nessuna affrettata e rozza utilizzazione politica della fede ma paziente opera di discernimento delle dimensioni storiche e naturali della politica, nella loro importanza specifica e nelle loro leggi proprie. Attorno alla radice spirituale si poteva così organizzare quella «unità dei distinti» che era la formula con cui egli affrontava la laicità dell’agire terreno e, quindi, anche della politica: ogni ambito della vita ha la sua logica, le sue leggi, la sua autonoma razionalità da comprendersi e rispettarsi, senza strumentalizzazioni, ma da unificarsi in ultima analisi, nel tessuto della vita quotidiana, tramite la radice e la sorgente spirituale di ogni azione e di ogni progetto.

Pensare politicamente per agire politicamente

Questo richiama quindi l’altro decisivo fondamento della politica, che è sempre stato da collocarsi secondo Lazzati in una riflessione intellettuale e culturale, valorizzata nella sua autonomia, che si pone a servizio (mai strumentale) della politica. «Agire politicamente» è possibile se ci si basa sopra un retto «pensare politicamente». Occorre sempre una specifica comprensione dei problemi, nella loro pregnanza storica, evitando ogni «soprannaturalismo» (così si esprimeva Lazzati fin dal 1949), ogni illusione che essere buoni cristiani, uomini di fede e di pietà, basti di per sé solo a risolvere i problemi politici. La laicità della politica fonda in modo radicale la responsabilità laicale e comporta anche un forte senso della storia e dei mutamenti, da comprendersi soprattutto per via culturale e da modificarsi.

La cultura, per Lazzati, ha sempre un aspetto architettonico e complessivo (la lezione tipica dell’ateneo gemelliano lo aveva forgiato in questo senso), ma non è mai considerata soltanto come applicazione alla realtà di schemi immutabili filosoficamente o teologicamente costruiti. La sua sensibilità lo portava a valorizzare il contributo dell’esperienza e della tecnicità in ogni ambito della cultura, dalla storia al diritto, dall’economia alla scienza. La logica dell’«unità dei distinti» è anche legge culturale: occorre valorizzare tutti i settoriali e autonomi contributi delle varie branche del sapere, ma anche collegarli sempre in sintesi complessive, con una ragione interna profondamente unitaria[8].

Nessuna ideologizzazione del cristianesimo è quindi possibile, nessun sogno di restaurazione sociale cristiana e nessun «modello cristiano in politica» valido per tutti, sulla base della spirituale coscienza della «cittadinanza paradossale» del cristiano. Coscienza, che tanto è debitrice dei suoi studi sulla condizione del cristianesimo nella società pagana dell’epoca dei padri (che era il suo campo specifico di ricerca, cui si dedicò con amore lungo tutta la vita, quando glielo permisero i molteplici servizi assunti). Non a caso, questa riflessione sull’unità dei distinti è appropriata in modo particolare per una società che è uscita dall’antica struttura unitaria della «societas christiana» e per credenti consegnati alla propria responsabilità in un mondo definitivamente «laico».

Una politica forte, dentro i propri limiti

Questa considerazione della politica come dimensione umana autonoma e specifica, ma fondata su solide basi meta-politiche, spiega anche la visione «alta» della politica, tipica di Lazzati. Resta fortemente evocativa la sua definizione ultima della politica come «costruzione della città dell’uomo a misura d’uomo»[9]. Lazzati non perse mai il gusto di sottolineare la necessità di una mediazione storica complessiva, non si trattenne nemmeno dal polemizzare in difesa della «cultura del progetto» – maturata nel cattolicesimo più avanzato a partire dagli anni ʼ30, per rispondere alla crisi della civiltà liberale e capitalistica tipica di quegli anni – e contro «una malintesa polemica anti-ideologica» che egli vedeva serpeggiare anche tra i cattolici. La politica non si poteva ridurre ad amministrazione, a gestione dell’esistente, ma era attività sintetica quant’altra mai, capace di delineare percorsi e scenari, indicare e costruire equilibri alternativi, modificare elementi strutturali della società umana.

Ecco perché Lazzati lasciò la politica attiva nel 1953, condividendo sostanzialmente il giudizio di Giuseppe Dossetti sull’impraticabilità della prospettiva di esigente e profonda riforma che il loro gruppo aveva delineato con la rivista «Cronache sociali». Ma non abbandonò affatto la sensibilità politica, l’alta stima della politica, la valutazione dell’importanza per il cristiano della coscienza politica e, quindi, l’impegno a fare maturare una cultura adeguata e una considerazione appropriata di queste dimensioni nelle comunità cristiane.

L’esperienza che incarnò più da vicino tale giudizio lazzatiano sulla politica come alta esperienza di ordinamento della realtà civile fu certamente il progetto personalistico, democratico e sociale della Costituzione. Nel 1949, egli giudicava questa esperienza non solo finalizzata a consolidare un regime democratico dopo il ventennio autoritario, bensì anche a promuovere l’«attuazione di una democrazia integrale, vale a dire rinnovata in tutti i punti insufficienti e integrata nei punti che si sono mostrati piuttosto formali che sostanziali»[10]. Era un disegno esigente di trasformazione, affidato al futuro, che nella prima legislatura repubblicana era stato inizialmente avviato, ma che avrebbe avuto necessità di sviluppo ulteriore e coerente. Questo sviluppo era stato invece incerto e contrastato nel periodo successivo. Il giudizio di Lazzati sulla complessiva vicenda politica del dopoguerra, non casualmente divenne crescentemente critico, centrandosi soprattutto sugli sviluppi della militanza politica dei cattolici e sulla loro prevalenza nella guida del paese. Nel 1975, ebbe quindi a scrivere: «Non possiamo non riconoscere la contraddittorietà dell’azione politica condotta dai cattolici italiani a partire dal dopoguerra: essi hanno tradito lo spirito della Costituzione che aveva posto i fondamenti di uno Stato sociale, gestendo per trent’anni uno Stato liberale»[11]. Si trattava cioè di una presa di posizione acuta e diretta, di una collocazione nella parzialità della politica, assunta con grande equilibrio ma con altrettanta grande decisione. Seguire la politica dall’esterno non implicava rifiutare di assumersi la propria responsabilità di giudizio e di orientamento.

Lezione per l’oggi, da testi datati

Mi pare che l’insieme dei testi che qui ripubblichiamo, scelti appunto per dare un’idea iniziale ma complessiva dell’itinerario esigente della riflessione lazzatiana sulla politica, siano insieme profondamente datati e ricchi di stimoli per l’attualità. Sono profondamente datati per l’analisi del periodo, per la collocazione in un mondo in cui il ciclo storico della «politica forte» era all’apice della sua influenza, per taluni accenti che sono debitori di una stagione specifica della «teologia del laicato» e di un linguaggio teologico che forse oggi non ci suona consueto. Addirittura, per il fatto che si riferiscono a un equilibrio dei rapporti tra Chiesa e politica in Italia, che era segnato dalla centralità del partito di «ispirazione cristiana» e dall’unità politica dei cattolici: condizione oggi del tutto consegnata al passato (e però sulla cui crisi l’ultimo Lazzati aveva scritto pagine coraggiosamente anticipatrici).

Una rilettura di questi testi permette comunque di relativizzare questo involucro collocato nel tempo, per scoprire appunto lezioni perenni e stimoli tutt’ora validi, anzi ancora più validi nella misura in cui oggi appaiono indicare cammini controcorrente.

Indicherei in questo senso almeno tre prospettive. La prima è la necessità di non dare per scontata la fede e di ripartire sempre dalla radicalità del messaggio evangelico. Richiamo valido per i cristiani laici e i singoli credenti in ogni momento della propria vita, soprattutto in un mondo in cui la coerenza maturata nella propria coscienza è istanza decisiva per conservare la stessa visione cristiana della vita, che non ha più nessun sostegno nell’abitudine e nel controllo sociale. Tanto più per il cristiano che si impegni in politica, in tempi di lenta acquisizione della condizione storica pluralistica e frammentata del servizio politico operato da cristiani. In questo, la lezione di Lazzati è stata antiveggente e, se bene intesa, offre le linee di una sensibilità del tutto attuale. Tale richiamo è però decisivo anche per la Chiesa nel suo insieme, che non può accontentarsi dell’ansiosa ricerca delle concretizzazioni storiche della fede cristiana, oppure ragionare come se il radicamento cristiano del popolo italiano fosse un dato scontato e tradizionale.

La seconda è la centralità della cultura per qualsiasi riforma della politica. L’idea insomma che la cultura non può estraniarsi dall’attualità, rinchiudendosi nelle sfere asettiche dell’accademia, e al contempo la coscienza acutissima che la cultura chiede ai cristiani un severo tirocinio di competenza, spiazzando qualsiasi impostazione che insista soltanto sulla rettitudine individuale e sulla buona volontà del singolo. La consapevolezza ulteriore che si tratta di sfidare sempre l’ovvio e il consueto, perché la cultura chiama alla ricerca della verità in modo radicale ed esigente, senza timoroso rispetto per le convenienze e le opportunità di schieramento o di sopravvivenza di qualunque istituzione.

La terza istanza decisiva è la necessità di contrapporsi alla svalutazione e alla progressiva perdita di significanza della politica. Qui siamo sul terreno della critica dell’esistente, del percorso controcorrente. Oggi non possiamo pretendere di uscire con un solo gesto di volontà dal ciclo storico dell’attuale «politica debole», che ha avuto anche i suoi meriti (ha, per esempio, provvidenzialmente fatto spiazzare le tentazioni d’onnipotenza di chi voleva costruire paradisi in terra per via politica). Non possiamo però accettare la tendenza di questa politica a ridursi ad ancella dei poteri forti, come semplice funzione di ammorbidimento dei conflitti, per fare accettare la distribuzione esistente del potere e della ricchezza. In forme diverse rispetto al passato, l’urgenza di riprendere a riflettere sul ruolo ordinatore della politica prima o poi si ripresenterà anche nelle nostre stanche società occidentali: preparandosi per quel momento, la lezione di Lazzati conserva tutta intera la sua validità.

Bibliografia

I testi fondamentali di Lazzati sul problema politico sono raccolti in G. Lazzati, Chiesa, laici e impegno storico. Scritti (1947-65) riediti in memoria, Vita e pensiero, Milano 1987, e in Id., Pensare politicamente, I vol., Il tempo dell’azione politica. Dal centrismo al centro-sinistra, AVE, Roma 1988; II vol., Da cristiani nella società e nello Stato, AVE, Roma 1988. Molti materiali sono nei «Dossier Lazzati», pubblicati presso le edizioni AVE.

Per una lettura del suo itinerario biografico, sintetico ma utile è A. Montonati, Il testamento del capitano. L’avventura cristiana di Giuseppe Lazzati, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1991; si vedano quindi le testimonianze raccolte in G. Lazzati, Vivere da laico. Appunti per una biografia e testimonianze, a cura di A. Oberti, AVE, Roma 1986; e infine A. Oberti, Lazzati. Tappe e tracce di una vita, AVE, Roma 2000 (che riflette il lavoro biografico predisposto per la causa di beatificazione).

 

Note

[1] G. Lazzati, Ricordi di un universitario, politico suo malgrado, ora in Id., Pensare politicamente, I vol., Il tempo dell’azione politica. Dal centrismo al centro-sinistra, AVE, Roma 1988, pp. 145-152.
[2] Si vedano, qui di seguito, i due interventi del 1948.
[3] G. Lazzati, Il fondamento di ogni ricostruzione, Vita e Pensiero, Milano 1947, ora in Id., Chiesa, laici ed impegno storico. Scritti (1947-65), riediti in memoria, Vita e Pensiero, Milano 1987, pp. 3-55.
[4] Cfr. la conclusione del volumetto.
[5] G. Lazzati, La spiritualità dell’uomo politico, in AA.VV., Spiritualità cristiana nell’esercizio delle professioni, Atti della settimana di spiritualità dell’Università cattolica, Vita e Pensiero, Milano 1951.
[6] Si rimanda soprattutto a G. Lazzati, Il vero scoglio della presenza cattolica, apparso in «Vita e Pensiero», ottobre 1981.
[7] G. Lazzati, Il valore dell’impegno politico, in «Studium», dicembre 1948.
[8] Rimando soprattutto al limpido volumetto di G. Lazzati, Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, AVE, Roma 1985, pp. 70-93.
[9] È la cifra fondamentale del volume di G. Lazzati, La città dell’uomo, AVE, Roma 1984, che lanciò la riflessione dell’ultima sua fase esistenziale.
[10] G. Lazzati, Impegno del cristiano nella riforma delle strutture, relazione tenuta in un incontro internazionale in Gran Bretagna, ora in Id., Pensare politicamente, cit., p. 109.
[11] G. Lazzati, Evangelizzazione, cultura e promozione umana, in «Presenza pastorale», gennaio-febbraio 1976, Id., Pensare politicamente, cit., II vol., pp. 174-175.