16 Dicembre 2005 Appunti di cultura e politica

Appunti 6_2005

La politica dei redditi: imparare dall'esperienza

Roberto Schiattarella

La politica dei redditi ha funzionato solo per calmierare i redditi da lavoro? Questa è la domanda iniziale del saggio, che approda a rivalutare l’intenzione della cosiddetta «programmazione», nel senso che appare sempre più necessaria una serie di interventi strutturali, senza i quali le scelte di concertazione hanno risultati ambigui e sono cavalcate dalle forze opportunistiche della rendita.


La politica dei redditi è stato uno dei momenti centrali della politica economica italiana degli ultimi dieci, quindici anni. Ed è probabile che continuerà ad esserlo, sia per l’atteggiamento positivo del sindacato (sia pure con diversi accenti tra le diverse organizzazioni) che delle associazioni imprenditoriali. Lo stesso governo di centro-destra, pur assumendo una posizione relativamente autonoma, non ha portato fino in fondo lo scontro sulla concertazione.

Risultati contraddittori

Alla politica dei redditi va riconosciuto l’indubbio merito di aver impedito negli anni Novanta che la crisi politica si approfondisse, rendendo possibile una politica fiscale meno restrittiva. Ciò non ci deve tuttavia esimere dal tentare di capire quali sono stati gli effetti di questa politica sul sistema economico e sociale italiano e quali insegnamenti possono essere tratti. La necessità di una riflessione senza pregiudizi sulla recente esperienza di politica dei redditi in Italia è resa evidente dalla constatazione che proprio negli anni in cui si sperimentava una politica che, per definizione, si poneva l’obiettivo di «governare» la distribuzione del reddito, la quota del reddito da lavoro è diminuita sensibilmente a vantaggio di quella che viene attribuita ai profitti (ma che in realtà comprende tutti i redditi diversi dai redditi da lavoro). Un mutamento di portata storica, se si pensa che in oltre 40 anni le due quote erano rimaste sostanzialmente stabili, anche nei momenti di forti tensioni sui salari o in quelli, al contrario, di bassa dinamica delle retribuzioni.

Il fatto che la politica dei redditi sembra aver sorprendentemente fallito proprio nel suo obiettivo più qualificante, e cioè quello di garantire alle parti sociali una distribuzione del reddito relativamente stabile non può non far riflettere. E la riflessione deve andare al di là della considerazione che l’obiettivo che all’inizio degli anni Novanta si intendeva raggiungere non era quello di mantenere stabile nel tempo la distribuzione tra redditi da lavoro e profitti ma era quello di evitare che la forte svalutazione della lira creasse le condizioni per il determinarsi di una spirale perversa fatta di svalutazione, inflazione (legata all’aumento dei prezzi internazionali), nuova svalutazione. In sostanza, con la politica dei redditi una delle parti sociali accettava una qualche riduzione della quota dei salari, ragionevolmente temporanea, allo scopo di garantire il raggiungimento di un obiettivo di interesse generale per il paese e cioè il permanere delle condizioni necessarie per uno sviluppo di lungo periodo.

Il fatto che la riduzione della quota del reddito da lavoro abbia assunto una dimensione significativa e sia rimasta stabile nel tempo non può tuttavia non indurci a pensare che il problema non può ridursi all’impatto dei prezzi internazionali sul sistema economico e che le ragioni devono essere state più complesse. Per capire queste ragioni può essere utile guardare al dibattito che si è avuto negli anni Sessanta sul ruolo ed i limiti della politica dei redditi come strumento della politica economica. Si era in una stagione particolare dell’economia italiana, alla fine di quello che era stato definito «il miracolo economico italiano». Il nostro paese, nel breve volgere di due decenni, aveva assunto una dimensione industriale non troppo diversa da quella dei paesi ad alto reddito, recuperando in questo modo un ritardo nello sviluppo economico che si era accumulato nel secolo precedente. Le trasformazioni erano state imponenti sul piano produttivo ma si cominciavano anche a delineare con chiarezza i problemi non risolti, le contraddizioni legate ad uno sviluppo avvenuto in un arco di tempo forse troppo breve.

Lezioni degli anni Sessanta

La questione che si poneva era dunque quella di superare i problemi posti allo sviluppo di lungo periodo da una struttura produttiva inadeguata e con vaste aree di «arretratezza». La consapevolezza della necessità di una politica di intervento capace di creare un momento di discontinuità, un salto qualitativo in avanti nell’evoluzione del sistema produttivo italiano era molto diffusa, anche per l’impossibilità di utilizzare il cambio come strumento di superamento dei problemi di competitività in un contesto di cambi fissi come era quello del dopoguerra. Di qui l’analogia con la situazione che si è creata dopo l’avvento dell’Euro, o meglio dopo che non è stato più possibile il ricorso a politiche di svalutazione competitiva del cambio, cioè di quelle politiche intorno alle quali è stata costruita l’intera politica economica degli anni settanta e ottanta. Politiche cioè capaci di dare una risposta apparente, sia pure di breve periodo, a problemi che di fatto venivano solo rinviati.

Ritornando alla domanda «perché la quota dei redditi da lavoro è diminuita negli anni novanta», una prima risposta va indubbiamente ricercata nei limiti intrinseci di una politica, quella dei redditi che, secondo le analisi di quegli anni, non può che portare a risultati strutturalmente svantaggiosi per i lavoratori. La cultura della concertazione, del dialogo, del coinvolgimento spingerà, infatti, le parti sociali verso una interpretazione della politica dei redditi secondo la quale gli incrementi delle retribuzioni dovrebbero essere commisurati all’andamento della produttività media del sistema economico; incrementi, quindi, tendenzialmente analoghi anche tra settori che hanno dinamiche della produttività diverse. Con la conseguenza che, nei settori in cui la produttività aumenta più di quella media, aumenteranno i profitti (è molto più difficile ipotizzare una diminuzione dei prezzi) e nei settori in cui, viceversa, la produttività cresce meno di quella media di sistema, ci saranno tensioni sui prezzi perché il costo per unità di prodotto tenderà ad aumentare ed i profitti a diminuire.

Una seconda risposta è legata invece alla conclusione a cui si giunse in quegli anni e cioè che, in realtà, la politica dei redditi è, e non può essere altro che una politica dei salari. In un sistema industriale avanzato non è infatti possibile nessun tipo di controllo dei profitti; così come non è possibile governare, se non in via indiretta, il livello degli investimenti; è infine molto difficile una politica di controllo dei prezzi. La politica dei redditi resta dunque uno strumento che ha una capacità sostanzialmente asimmetrica rendendo certo quello che una parte (il lavoro) deve dare senza che la contropartita sia altrettanto certa. Perché gli obiettivi dell’accordo siano raggiunti è necessario infatti che le decisioni degli imprenditori in tema di investimenti e prezzi siano coerenti con l’accordo raggiunto, cosa non ovvia in un contesto che non prevede penalizzazioni per i comportamenti devianti. In altre parole, una politica pensata per evitare le tensioni inflazionistiche legate alla conflittualità tra le parti sociali potrebbe finire col trasformarsi essa stessa in un fattore di inflazione (non concordata), di modifica, in alcuni settori, della distribuzione del reddito tra profitti e salari (ovviamente a sfavore di questi ultimi) e/o di una redistribuzione delle risorse tra i settori.

Quanto è successo negli anni Novanta sembra in larga parte confermare le ipotesi di opportunismo fatte trenta anni prima. Infatti, se è vero che con la politica dei redditi si è riusciti, nel complesso, a tenere sotto controllo la dinamica dei prezzi, è pur vero che questo risultato è stato raggiunto nonostante un’inflazione da profitti, legata cioè al fatto che le imprese hanno aumentato i prezzi più di quello che la politica dei redditi avrebbe consentito, incrementando i loro margini di profitto e modificando a proprio vantaggio, anche per questa via, la distribuzione del reddito.

Politica dei redditi e politica economica

Il declino della quota del reddito da lavoro può trovare una sua terza spiegazione ad un livello più generale, nelle difficoltà cioè di costruire una politica economica coerente con la politica dei redditi. Le analisi degli anni Sessanta parlavano di «programmazione», intendendo con questo termine sia una politica economica di breve periodo coerente con gli obiettivi della politica dei redditi ma anche, e per certi versi soprattutto, una politica capace di correggere gli squilibri strutturali.

Per quel che riguarda la politica di breve periodo, si diceva, la politica dei redditi può essere efficace solo se collegata ad una politica fiscale e, soprattutto, monetaria coerenti. Ora, se si guarda all’esperienza degli anni Novanta, è del tutto evidente che non si è voluto, o non si è stato in grado di sviluppare una politica economica di questo tipo. La politica fiscale e quella monetaria sono state pensate in modo completamente autonomo rispetto alla politica dei redditi, con obiettivi esplicitamente diversi. Il risultato di questa scelta è stato un politica fiscale fortemente restrittiva ed una politica monetaria che è stata a lungo di alti saggi di interesse. Politiche quindi che hanno finito con l’incidere in maniera significativa sul livello del reddito disponibile delle famiglie e, per questa via, sulla distribuzione del reddito.

Ma l’aspetto più interessante delle analisi fatte negli anni Sessanta, anche perché in larga parte trascurato nei decenni successivi, è costituito dal secondo significato attribuito al termine «programmazione». La convinzione era che fosse necessario accompagnare la politica dei redditi con politiche strutturali capaci di ridurre le aree di «rendita», cioè tutte quelle situazioni, largamente diffuse nel sistema produttivo italiano, che si caratterizzavano, e si caratterizzano, per una sostanziale assenza di condizioni di concorrenza effettiva e quindi per inefficienza e comportamenti inflazionistici. Politica dei redditi e politiche strutturali, in questa impostazione, sono due facce tra loro complementari di uno stesso progetto di intervento. Senza le seconde non si potrà mai ottenere un controllo effettivo dell’inflazione e sufficienti garanzie in termini di distribuzione del reddito. Una posizione questa non diversa da quella di Federico Caffè che, nella prima metà degli anni Ottanta, sottolineava come l’obiettivo del contenimento dell’inflazione non poteva essere affidato in modo credibile alla politica dei redditi per la presenza nel sistema economico italiano di una vasta area di lavoro indipendente alla quale non è richiesto di partecipare all’accordo, ma che ha, contemporaneamente la capacità di indicizzarsi, cioè di aumentare i propri prezzi senza che il mercato imponga vincoli particolarmente stringenti.

Rendita e inflazione in Italia

La necessità di politiche strutturali, a lungo nascosta dalle politiche di svalutazione del cambio, può essere facilmente messa in evidenza con dati che ci sembrano particolarmente significativi. Nella tavola, che pubblichiamo alla pagina successiva, la nostra attenzione si è concentrata sull’andamento dei prezzi in alcuni settori ritenuti, per motivi diversi, di essere parte di quella che è stata definita l’area delle «rendite». I comparti presi in considerazione sono il settore finanziario, quello del commercio, quello degli «altri servizi» (all’interno del quale dovrebbero essere contenute le professioni), il settore dell’elettricità, gas ed acqua, ed infine il settore dei trasporti e delle telecomunicazioni. L’arco di tempo considerato va dal 1979 al 2004, ma è suddiviso in due sottoperiodi separati dal 1990 per poter meglio cogliere cosa è successo negli anni nei quali c’è stata una politica dei redditi.

La relativa arretratezza che caratterizza il sistema produttivo italiano è bene messa in evidenza dai valori contenuti nella tabella. Per essere più espliciti, i valori ci indicano quanto i prezzi di ciascun settore sono cresciuti ogni anno in media in più (o in meno) rispetto a quelli dell’industria manifatturiera. Un confronto con Francia e Germania ci mette in grado di individuare la specificità rilevabili per il nostro paese. Come si può osservare, nella tavola, i segni positivi prevalgono su quelli negativi. L’unico settore dove, in tutti i paesi, i prezzi sembrano crescere sistematicamente meno di quelli industriali è quello dei trasporti e telecomunicazioni. All’estremo opposto troviamo gli «altri servizi», dove la crescita dei prezzi è ovunque relativamente alta rispetto a quella rilevata per l’industria manifatturiera.

Le informazioni più importanti che si possono trarre da questa tabella, ai nostri fini, sono tuttavia quelle che si ricavano dal confronto tra i valori italiani da un lato e quelli francesi e tedeschi dall’altro. In pressoché tutti i settori presi in considerazione, l’indice relativo all’Italia assume valori superiori a quelli che si possono rilevare per Francia e Germania. Le differenze sono molto rilevanti fino al 1990, oscillando tra il mezzo punto percentuale e gli otto punti all’anno. A partire da quell’anno le diversità vanno attenuandosi, ma restano significative (con la sola eccezione del commercio). Più in particolare, dopo il 1990, in quasi tutti i settori, il tasso annuo di crescita dei prezzi dei settori esaminati — relativamente all’industria — risulta essere in Italia circa un punto e mezzo percentuale più alto rispetto a quello medio di Francia e Germania. Nel comparto dell’elettricità, gas ed acqua la differenza raggiunge l’incredibile valore medio di circa quattro punti all’anno rispetto alla Germania.

La conclusione che si può trarre è che la politica dei redditi degli anni Novanta, probabilmente in concomitanza con la situazione determinatasi con la crisi finanziaria e le politiche di rigore, sembrerebbe aver avuto un qualche effetto anche sui comportamenti di prezzo di settori che nei decenni precedenti erano stati relativamente più inflazionistici. Il ruolo della politica dei redditi può essere stato maggiore laddove è prevalente la presenza di lavoro dipendente e cioè nel settore dell’intermediazione finanziaria, in quello dell’elettricità, del gas e dell’acqua, ed anche nel comparto delle telecomunicazioni e trasporti.

Resta da comprendere in che misura la politica di intervento abbia definitivamente modificato le condizioni strutturali di questi settori, e quindi il loro potenziale inflazionistico, così come resta aperto il problema di eliminare del tutto le differenze di comportamento di prezzo di questi settori, almeno rispetto a quanto accade in Francia e Germania. Un segnale positivo in questa direzione può essere la forte riduzione nel differenziale tra i prezzi per il commercio. Un segnale di tipo opposto ci viene dagli «altri servizi» dove il differenziale, sia rispetto all’industria, che rispetto a quanto accade negli altri due paesi considerati, non é affatto diminuito.

Conclusioni

I risultati della politica dei redditi degli anni Novanta sono da considerare per lo meno contraddittori, soprattutto se ci si pone dal punto di vista del lavoro. Quanto è successo trova una sua spiegazione nel fatto che la politica dei redditi è tecnicamente difficile da attuare e richiede di essere inserita in un disegno di politica di intervento coerente che pone problemi resi complessi: a) dal tempo necessario perché si sviluppi una politica dei redditi; b) nel caso della politica monetaria, dal fatto che le istituzioni preposte sono sostanzialmente indipendenti dalla politica; c) dalle difficoltà politiche connesse con gli interventi strutturali.

E’ convinzione di chi scrive che si tratta tuttavia di elementi di complessità che possono essere affrontati e gestiti se si ha in primo luogo una chiara visione dei problemi coinvolti; se, in particolare, si ha coscienza del fatto che le riforme strutturali sono una condizione essenziale di efficacia della politica dei redditi; se si ha la capacità di inserire questa politica in un progetto di politica di intervento, una «programmazione», che definisca gli obiettivi, anche intermedi, e distribuisca gli oneri; se infine si costruiscono strutture di governo e concertazione sufficientemente flessibili per affrontare eventi inattesi o risultati non coerenti con quelli previsti dalla «programmazione».

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